Viral Marketing: portatore sano di creatività 

Sempre più spesso ed in ogni campo della comunicazione si sente parlare di VIRALE:
ma a che cosa si riferisce questo termine e come si sviluppa questo fenomeno?

Il viral marketing, comunemente considerato come un’evoluzione del “Word of Mouth” costituisce uno strumento essenziale per catturare l’attenzione di un potenziale consumatore, sfruttando la capacità attrattiva di Internet e Social Network.
Il termine “virale”, coniato nel 1997 da Jurvetson e Draper sottolinea il parallelismo con la biologia.
<< Come per i virus infatti, si parte da un numero ristretto di soggetti per arrivare ad un numero molto elevato di soggetti “contagiati”>>
Al di là del significato letterale o metaforico, il viral marketing punta su una comunicazione innovativa, sull’empatia con il cliente e sulla condivisione.
Un’idea non convenzionale per poter essere diffusa in modo spontaneo,
deve necessariamente stimolare l’attenzione degli utenti con contenuti divertenti, sorprendenti o provocanti.

Le caratteristiche vincenti del marketing virale sono:
- Il tentativo di trasformare l’utente, da semplice destinatario di un messaggio ad enunciatore della comunicazione sul prodotto;
- La presenza discreta del brand, nel caso di Carlsberg, il prodotto appare al termine del video;
- Il basso costo di investimento per l’azienda.
Quello che deve essere chiaro è l’utilizzo dello strumento, non tutti i prodotti o i contenuti sono adatti a generare un vero e proprio virus.

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Come si spiega il lavoro del doodler? 

La settimana scorsa ho letto due notizie che mi hanno colpito e che, almeno apparentemente, non hanno un gran legame tra loro.
La prima parlava della difficoltà, per chi lavora online, di spiegare ai migranti digitali (chi non è nato con un computer nella culla) che tipo di lavoro fa.
Come fai a spiegare a una nonna che chiama la nipote in America via Skype che non paga niente se non la connessione? Figurati poi se devi raccontare che tipo di lavoro fai. Chi lavora per la rete, immateriale e poco concreta agli occhi di molti, non svolge un lavoro “reale”.
Alla fine dell’articolo un ragazzo raccontava della propria esperienza nel dover spiegare ai genitori il suo lavoro nel web marketing. La sua soluzione, tanto per non discostarsi troppo dalle nuove tecnologie è stata la creazione di un video che ricordava un "libretto di istruzioni" di un mobile Ikea da montare.
Internet è entrato nella nostra vita da tempo, quasi nessuno si ricorda com'era la vita prima delle mail, com'era meno immediato ottenere le informazioni. Ma dietro tutto un meccanismo che sta cambiando il nostro modo di vivere e che sarà il futuro per molti lavori, ci sono ovviamente persone che ci lavorano o che utilizzano questo mezzo per lavorare, per accorciare le distanze, per esprimere la propria creatività. Più di tante altre invenzioni, questa è continuamente in progress e destinata a non essere sostituita da altro.
La rete agisce in primo luogo sulla vista che, come già ampiamente dimostrato, è il senso più ricettivo alla "prima occhiata".
Le immagini risultano quindi fondamentali, devono essere curiose, d'impatto, piene di significato senza bisogno di molte spiegazioni.
Google, attraverso i doodle, fa proprio questo. E qui entra in gioco la seconda notizia che ho letto. Il gigante di Mountain View forse è in crisi di fantasia perché ha appena pubblicato un annuncio di lavoro per aspiranti doodler. Il primo requisito è la fantasia e la creatività perché i doodle giocano sulla curiosità che disegni e immagini particolari suscitano nella nostra mente e, a volte, ci fanno tornare bambini. La notizia ha suscitato l'attenzione dei maggiori giornali italiani, stupiti per un annuncio di lavoro così fuori dall’ordinario. Chi avrebbe mai pensato che un dettaglio apparentemente insignificante della homepage di un motore di ricerca avrebbe acquisito, anno dopo anno, una tale importanza da avere bisogno di nuove menti creative?
Le selezioni sono aperte, doveste essere assunti dovrete solo trovare il modo di spiegare a mamma e papà che mestiere è il doodler!

Alice Wetzl

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PUMA: l’acquisto più veloce del mondo 


Il concetto è molto semplice, meno tempo impieghi per acquistare le nuove 50D in un PUMA store e più risparmi:

10 minuti = 5% di sconto
5 minuti = 10% di sconto
4 minuti = 15% di sconto
3 minuti = 20% di sconto

Nel momento in cui vi scrivo 118 persone hanno risparmiato 63,720 pesos messicani (circa 5.000 euro) per un totale di 372 minuti.

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La start-up della moda è digitale: mettersi in gioco con app, siti e social media 

Ieri a consigliare un cliente nell'acquisto di un abito o di un capospalla era un commesso: abile nell'individuare a occhio la taglia giusta e la forma più adatta ad esaltare i punti forti della silhouette, premuroso nel dare consigli ad hoc. Domani, invece, chi entrerà in un negozio alla ricerca di un capo d'abbigliamento - o un accessorio, di lusso magari - si troverà una figura simile e, allo stesso tempo, completamente diversa: un sale assistant che, sulla base di una fotografia scattata con lo smartphone, in pochi minuti, sarà in grado di consegnare al cliente il pezzo desiderato, complice la Rete, un sistema di catalogazione tecnologicamente raffinato e un tablet per la consultazione del catalogo di collezione.

Il mondo digitale ha rappresentato e rappresenta tuttora il più importante agente accelerante che il settore moda-lusso potesse immaginare: negli ultimi 5 anni le aziende di moda sono approdate alla dimensione online sperimentandone le varie declinazioni, dal sito web alla sfilata in streaming, fino ad arrivare ai più recenti strumenti e servizi che spaziano dalle app, pensate per fidelizzare gli utenti, allo showroom online, senza dimenticare il processo di digitalizzazione che sta cambiando le fasi creative e produttive del sistema moda.

Dietro le quinte, un esercito di professionisti che fanno del continuo aggiornamento il proprio primo comandamento.
Se prima bastava una persona per gestire le fasi di concept, design e sviluppo, oggi le personalità richieste sono diverse e più complesse: Anche sul piano delle professionalità si naviga a vista: ci vogliono persone ad hoc, in grado di far fronte a un'interazione complessa e in continua evoluzione.

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San Pellegrino sparkles with Bulgari 


Qualche giorno fa mi trovavo per lavoro in un ristorante insieme ad un cliente straniero. Come d'abitudine, appena seduti, il cameriere ci porta una bottiglia di acqua minerale.
Noto subito che l'etichetta della bottiglia è diversa da come me la ricordavo: sfondo color oro antico e decorazione di pietre preziose ad incorniciare la scritta SAN PELLEGRINO sparkless with BULGARI.
Incuriosito, giro la bottiglia e nel retro dell'etichetta leggo che, con questa confezione particolare, l'acqua minerale San Pellegrino vuole rendere omaggio alle brillanti e colorate creazioni del prestigioso marchio di gioielli italiano. Una sorprendente collaborazione per celebrare la vivacità e la raffinatezza italiane.
Inizio a parlare con il mio cliente delle tante ricchezze del nostro paese: i monumenti, i borghi storici, le città d'arte, il paesaggio, il mare, la moda, i motori.. insomma da una semplice (seppur in limited edition) bottiglia d'acqua nasce un discorso sull'Italia!
San Pellegrino - Bulgari - Italia. Questo passaggio mentale è alla base del concetto di brand: una dimensione che mira a creare una relazione di valori tra il prodotto e coloro che lo acquistano; una realtà concreta che rappresenta determinati valori, che unisce azienda e consumatore nel momento dell'acquisto.
In questo caso specifico ci si trova di fronte ad un esempio di co-branding: San Pellegrino da una parte, Bulgari dall'altra.
Due marchi storici all'interno del loro mercato di riferimento, che, grazie alle loro politiche di marketing e di branding appunto, hanno perso la loro essenza di semplice prodotti per acquisire uno status di prodotti di marca identificanti differenti stili di vita.
In questo caso la brand image di San Pellegrino si arricchisce grazie a Bulgari: essa si può definire come la percezione che si ha di un determinato marchio e sopratutto della sua utilità (benefit) per il consumatore.
Generalmente si può definire co-branding un'operazione che mira all'associazione del proprio marchio con prodotti diversi per tipologia ma coerenti per posizionamento e target group.
L'obiettivo di un'operazione di questo tipo è il rafforzamento dell'immagine del proprio marchio, curando in modo accurato la comunicazione della stessa.
Abbondano gli esempi di co-branding: tra case automobilistiche e realizzatori di orologi - Aston Martin e Jaeger-LeCoultre, Breitling e Bentley.
Se ci si sposta dal settore del lusso, si possono citare gli esempi collaborazione tra marchi di abbigliamento e designer, come quelli tra Petit Bateau e Didier Ludot.
Altri esempi sono le operazioni di co-branding tra Uniqlo e Jil Sander o quella che ha portato Karl Lagerfeld a creare una sua collezione limited edition per il marchio di abbigliamento low-cost H&M.
Diversi fattori hanno contribuito a sviluppare questo fenomeni. Il primo è la scomparsa dei confini tra lusso di alto livello e prodotti destinati al mercato di massa.
A volte queste confini risultano non ben delineati e il consumatore si disorienta: ecco che, in questi casi, i social network giocano un ruolo decisivo perchè, attraverso il buzz, favoriscono la discussione, vero carburante di una rete social, e chiariscono le idee al consumatore.
Il co-branding genera buzz, il buzz genera eccitazione, crea pubblicità e l'utente finale trova nuove informazioni relative al brand attraverso modi inattesi e persino eccessivi.

Daniele Nalli

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