Come sono cambiati i modelli di business delle aziende del multimedia 


Non sempre le aziende accolgono positivamente le innovazioni e i possibili benefici economici che ne possono derivare.

L’affermazione di internet non ha cambiato soltanto il modo in cui le persone fruiscono di contenuti che prima erano accessibili solo attraverso supporti fisici, ma ha rappresentato anche un elemento di rivoluzione dei meccanismi con cui le aziende del multimedia riescono a fare profitti.

In moltissimi casi si è verificata la stessa trama: un cambiamento improvviso mette a disposizione della gente una nuova tecnologia e un nuovo modo di ottenere musica, video e libri. A tale cambiamento le aziende del settore colpito dall’innovazione reagiscono con tutto il loro potere per avversare la novità, che improvvisamente mette a rischio i loro profitti. Infine le aziende trovano il modo di beneficiare esse stesse dell’innovazione e modificano i loro modelli di business.

Il caso Napster

Lanciato sul mercato nel 1999, Napster ha rappresentato il primo sistema di file sharing a raggiungere una diffusione mondiale considerevole e ha permesso la condivisione di milioni di contenuti multimediali tra gli utenti che ne facevano uso.



L’affermazione di internet non ha cambiato soltanto il modo in cui le persone fruiscono di contenuti che prima erano accessibili solo attraverso supporti fisici, ma ha rappresentato anche un elemento di rivoluzione dei meccanismi con cui le aziende del multimedia riescono a fare profitti.

In moltissimi casi si è verificata la stessa trama: un cambiamento improvviso mette a disposizione della gente una nuova tecnologia e un nuovo modo di ottenere musica, video e libri. A tale cambiamento le aziende del settore colpito dall’innovazione reagiscono con tutto il loro potere per avversare la novità, che improvvisamente mette a rischio i loro profitti. Infine le aziende trovano il modo di beneficiare esse stesse dell’innovazione e modificano i loro modelli di business.
Il caso Napster

Lanciato sul mercato nel 1999, Napster ha rappresentato il primo sistema di file sharing a raggiungere una diffusione mondiale considerevole e ha permesso la condivisione di milioni di contenuti multimediali tra gli utenti che ne facevano uso.

I founder di Napster: Shawn Fanning e Sean Parker

Napster fu costretto a chiudere nel 2001 per violazione del copyright, per la gioia delle major discografiche che lo avevano combattutto aspramente.
Tuttavia il file sharing non è mai tramontato e altri sistemi hanno soppiantato il capostipite Napster, consentendo agli utenti di continuare a condividere file protetti da copyright e non.

Qualche anno più tardi le case discografiche capirono che poiché non avrebbero mai debellato il file sharing, allora potevano sfruttarne le logiche e cominciarono a proporre contenuti per il download, in primis su iTunes che tuttora riscuote un enorme successo planetario.

Il caso YouTube

La celebre piattaforma di condivisione video ha da pochi giorni compiuto 7 anni e rappresenta attualmente un sistema al quale fanno ricorso sia gli utenti che le aziende (case discografiche, emittenti televisive, giornali) per proporre e promuovere video di svariate categorie.

A partire dal 2005, anno di fondazione, YouTube ha goduto di una crescita esponenziale che inizialmente provocò il risentimento di molte aziende i cui contenuti venivano condivisi sul web senza autorizzazione. Paradossalmente più le aziende facevano la guerra a YouTube e più quest’ultimo cresceva e si diffondeva a grande velocità.



Tutto ciò continuò finché le aziende capirono che invece di fare la guerra potevano fare soldi e l’affermazione di Sean McManus, l’allora presidente di CBS News, la dice lunga su tutta questa storia: “Attualmente credo che più questi video ci mettono in evidenza, meglio è per CBS News e tutto il network televisivo CBS, quindi, col senno di poi, avremmo dovuto accettare la pubblicità e tenerci strette le attenzioni che la CBS riceveva, invece di perseguire orizzonti limitati e dire: Eliminiamoli!”

Poco dopo, nel 2006, Google annunciò l’acquisizione di YouTube che oggi è il terzo sito più visitato al mondo e che per molte aziende del settore è diventato una vera macchina da soldi.
Il caso Amazon

Quella di Amazon è fortunatamente una storia diversa, rispetto ai due casi precedenti, di come sono cambiati i modelli di business.
Il gigante dei libri, quando la digitalizzazione dei contenuti ha iniziato a fare prepotentemente capolino ha tentato di cogliere da subito l’opportunità invece di vedere il cambiamento come una minaccia e infatti nel 2009 fu proposto al mercato internazionale l’Amazon Kindle, uno dei primissimi eBook reader.

Amazon ha creduto molto fin da subito nei libri in formato elettronico e ha continuato a investire tante risorse nei suoi dispositivi Kindle e nell’ampliare la sua offerta di libri digitali, fino al maggio 2011 quando le vendite di eBook hanno superato quelle dei libri cartacei.



Un’ulteriore cambiamento al suo modello di business, e provocazione ai produttori di hardware, Amazon l’ha portata avanti con lo sviluppo e il lancio del Kindle Fire, dispositivo basato su Android e che utilizza un account Amazon per funzionare.
Con questo colpo Amazon sembra aver segnato l’inizio di un epoca in cui l’hardware (venduto sottocosto) si traduce in semplice commodity e il volano del profitto diventa il contenuto acquistabile tramite di esso.
Conclusioni

Quello che la storia sembra voler affermare è che le aziende che vincono la sfida sono quelle che di fronte ai cambiamenti radicali si mettono in gioco e ridisegnano i loro modelli di business per trarne un beneficio, piuttosto che perdere tempo e denaro a lottare contro un cambiamento irreversibile.

L’augurio è che queste storie possano insegnare a vedere un’opportunità in ogni apparente difficoltà e che avversare il cambiamento non è, quasi mai, la strada giusta da percorrere.

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Timeline da Jeep no Facebook invade o mundo real e se materializa no asfalto carioca 


Para promover o lançamento do Jeep Compass e contar a trajetória da Jeep desde a década de 1940, a marca decidiu trazer a Timeline do Facebook para o mundo real. Amanha, entre as 09:00 e as 17:00, quem passar pelo Aterro do Flamengo vai poder conferir, pela 1ª vez na história, uma Timeline que se materializou. Serao 100 metros estampados no asfalto relembrando momentos históricos da Jeep, culminando com o lançamento do novo SUV.

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A construção de marca na era digital 


Convergência de mídia, comunicação por conteúdo e o diálogo entre marca e público são as novas fronteiras para agências e anunciantes.

Já é uma tradição. Aos sábados, o apresentador Rodrigo Faro se acomoda no sofá para assistir O Melhor do Brasil, semanal que comanda na grade da Record. De um lado, um tablet com a audiência da atração em tempo real. De outro, mais um tablet, este conectado nas mídias sociais para acompanhar as reações do público.

Essa cena exemplifica bem como a tecnologia impactou a relação entre audiência e mídia, e como agências e anunciantes têm que se desdobrar para atrair a atenção dos consumidores. “A evolução da tecnologia mudou o eixo do poder, que começa a passar para as mãos do consumidor. A fragmentação da mídia acabou com a comunicação unidirecional e trouxe a 360°. Agora, temos que pensar na comunicação 360 dias”, afirma Alexandre Hohagen, vice-presidente do Facebook América Latina.

Este foi o pano de fundo da comissão Novos caminhos para criar e fortalecer marcas, do V Congresso da Indústria da Comunicação. Segundo Marco Simões, vice-presidente de comunicação e sustentabilidade da Coca Cola e presidente da comissão, existem três grandes tendências no mercado a serem analisadas: a convergência das mídias, a comunicação por conteúdo e o fim da comunicação unidirecional.

“A mídia era o grande peixe e hoje todas as pessoas e marcas são mídia. O que muda é o conteúdo. Somos vendedores e nunca antes tivemos tantas ferramentas e tecnologia para vender, com arte ou não, e tornar as marcas mais próximas do público”, salienta Marcello Serpa, sócio e diretor da AlmapBBDO. “Convergência, conteúdo e diálogo são as três palavras-chaves que têm ajudado a Nissan”, diz Murilo Moreno, vice-presidente de marketing da Nissan.

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5 motivi per curare la qualità di immagini e foto online [infografica] 


E’ questa più di ogni altra l’età della Visual Culture (Jeff Bullas docet), in cui le immagini comunicano e girano più fluide delle parole. Un flusso costante di narrazioni costruite in un momento storico in cui “in ogni tasca c’è una camera”. Non è questa una buona ragione per adottare le immagini anche in modo permanente nella propria comunicazione quotidiana?

Basta un iPhone, un iPad, un qualsiasi smartphone, per cogliere una particolare immagine della nostra realtà che in qualche modo ci ha colpito e crediamo sia d’interesse per la nostra cerchia di amici presenti su Twitter, Instagram e Facebook (è ancora presto per Pinterest).

Ci sono diversi esempi di influencer della rete, appartenenti a differenti sfere d’interesse, che hanno improntato la propria comunicazione sull’utilizzo di foto e immagini di qualità. Uno dei primi che mi piace citare in questi casi è Jamie Oliver un “celebrity chef” britannico, eroe della Food Revolution negli States, che ha un audience di ben 412,000 follower su Instagram.

In ambito nazionale, ci sono due esempi che a mio parere vale la pena seguire quotidianamente e da cui è possibile imparare (senza emulare). Parlo di Viralmente e Shot.
Il primo tra Facebook e Twitter raccoglie un seguito di circa 25,000 persone, protagonista di una comunicazione rapida ed essenziale ma di altissima qualità. Shot segue con 8,000 e c’è da giurare che cresceranno in modo esponenziale in tempi brevi.

Le foto sono diventate il linguaggio universale. E i tassi di crescita di Facebook, Twitter, Tumblr e Pinterest pertanto non sorprendo più. Arriviamo però al nocciolo del post.

Perché utilizzare immagini e foto nella nostra content mangament strategy?

Qualsiasi tipo di brand vi troviate a dover gestire in rete, si tratti di un online store, un e-commerce, un blog di marketing e comunicazione, un foodblog, ci sono almeno 5 importanti ragioni per curare al meglio la qualità delle immagini con cui comunicate online:

#1 Articoli che contengono immagini di qualità ricevono il 94% in più di visite totali
#2 Includere una foto o un video nei comunicati stampa incrementa le visite oltre il 45%
#3 Il 60% di consumatori risulta più propenso a contattare direttamente un brand se questo si presenta con immagini nelle pagine dei motori di ricerca;
#4 Per un e-commerce la qualità delle foto/immagini con cui vengono presentati i prodotti vengono ritenute fondamentali per la scelta/acquisto dal 67% dei visitatori dello stesso sito
#5 In generale, per gli store online, i consumatori ritengono che la qualità delle immagini siano perfino più importanti di tutto il dettaglio delle informazioni si possa offrire (circa 63%). Sempre in ordine di importanza seguono una lunga descrizione (54%), i rating e i feedback (53%)

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Ma è vero che essere professionali preclude il fatto di essere socialmente attivi? 


Il web ha decisamente cambiato la relazione tra la sfera personale e quella professionale. Riuscire a gestire in modo efficace e combinato i social network (su tutti ovviamente Facebook, Twitter e Linked.in) vuol dire aumentare la rete di conoscenze anche professionali, tenere aggiornati amici o follower sulla propria attività professionale o sulla propria formazione. Il concetto di reputazione online diventa sempre più importante perchè quello che facciamo, pubblichiamo, condividiamo sul web diventa parte integrante del nostro curriculum professionale.
Un interessante articolo di Luca Salvioli apparso su Il Sole 24 Ore riporta le conclusioni di una ricerca realizzata per Google dalla Millward Bown, agenzia di ricerca leader al mondo specializzata in pubblicità, comunicazione di marketing, media e brand equity research, la quale fa emergere che chi adopera i social network per motivi professionali fa carriera più facilmente.
"Chi condivide va avanti", fa carriera, incoraggia il team, valorizza idee e professionalità facendo crescere se stesso e l'azienda per cui lavora. La ricerca smonta anche alcuni luoghi comuni sull'uso dei social network sul posto di lavoro: l'86% degli intervistati che usano i social sono stati promossi di recente contro il 61% di chi non ne fa uso. È inoltre mediamente più soddisfatto del lavoro e si ritiene il 25% più produttivo ed efficiente. Non solo, più si sale nella scala gerarchica più i social network diventano familiari: il 71% di chi fa parte degli staff senior li impiega almeno una volta alla settimana contro il 49% degli utenti in ruoli junior.

Daniele Nalli

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