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Marketing Street Blog
VIDEO: Giving. Un dono da trasmettere. 
lunedì, 23 settembre, 2013, 22:14 - Viral marketing


Raccontare la miseria, la sofferenza, la perdita, insieme alle reazioni e relazioni che ne conseguono, senza cadere nel patetico, senza cedere alla pornografia del dolore, senza risultare stucchevoli – vale a dire: saper reggere un contenuto edificante con una forma adeguata – è un delicato esercizio di equilibrio.
Nella fiction televisiva, il medical drama E.R.- Medici in prima linea ha rappresentato per anni un format esemplare in cui la scelta precisa di casi clinici, ambientazione, caratterizzazioni, recitazione, gesti, scorci, dialoghi e suoni compone un tessuto narrativo autentico ed intenso che prende vita ad ogni episodio.



In ambito pubblicitario, la compagnia tailandese di telecomunicazioni TrueMove H ha lanciato in questi giorni uno spot che sta spopolando sul web, la cui tag-line è Giving is the best communication.
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Occhio alle bucce di banana…giganti 
domenica, 22 settembre, 2013, 23:24 - Guerrilla marketing


La promozione degli occhiali con lenti progressive Rodenstock è passata attraverso un’attività di ambient marketing in vecchio stile. In una città tedesca il brand si è affidato all’artista Stefan von Essen, che ha riprodotto delle bucce di banana giganti posizionandole sui marciapiedi delle strade.
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La qualità secondo Google 
sabato, 21 settembre, 2013, 23:45 - Generale


Un tempo i webmasters studiavano i motori di ricerca adoperando trucchi più o meno corretti per posizionarsi nelle ricerche; ora è Google a ricalcare noi e il nostro modo di produrre e condividere contenuti.

Il rovesciamento di prospettiva intende premiare la qualità e favorire chi si esprime spontaneamente rispetto a chi adotta gli stratagemmi del passato, sempre più fonte di penalizzazioni.

A essere nel mirino di Big G, per esempio, c'è chi ripete artificialmente le parole chiave (keywords stuffing), pubblica testo nascosto e duplica contenuti altrui, come gli aggregatori: il meccanismo dell'author rank contribuisce a mettere ordine e ad accertare la paternità dell'autore, attribuendogli un prestigio commisurato alle reazioni degli utenti.

Sono i segnali sociali, infatti, una delle novità più importanti degli ultimi anni: i motori non stabiliscono più da soli la gerarchia delle pagine ma tengono conto, per esempio, delle condivisioni sui social network e del tasso di rimbalzo, cioè la percentuale di utenti che abbandonano un sito dopo aver aperto una sola pagina.

E poi c'è il +1 di Google, nato per rendere gli utenti giudici della qualità dei contenuti.

Un altro dei fattori più rilevanti è la frequenza di pubblicazione: Google è ghiotto di contenuti freschi. Per questo i blog sono sempre più utili: per il loro dinamismo, la loro capacità di coinvolgimento e il tono semplice e informale che li distingue dai tradizionali e statici siti vetrina.

Google sembra apprezzare anche la capacità di sintesi, il rispetto della grammatica, la velocità di caricamento delle pagine, la linearità nell'architettura del sito, la mancanza di errori materiali e la pertinenza: cioè la capacità di descrivere un argomento in modo chiaro, puntuale, completo e utile ai lettori.

In sintesi l'obiettivo di Google è indurre a progettare i contenuti per i lettori e non per i motori. Evitando di ingannare sia gli uni che gli altri.
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Il Cloud per le aziende spiegato in poche semplici parole  
venerdì, 20 settembre, 2013, 22:27 - Generale


A meno che negli ultimi anni non siate vissuti in un eremo sulle Valli del Pasubio, sicuramente avrete sentito parlare del cloud computing.
Il vostro responsabile IT vi dice che il cloud è sempre il solito web hosting a cui per ragioni di marketing hanno cambiato nome.
Vostro figlio grazie allo smartphone usa il cloud con soddisfazione, mentre la vostra azienda non sa nemmeno cosa sia?
E infine, il cloud potrebbe essere un vantaggio competitivo? Come?

Questo articolo farà chiarezza sull'argomento, spiegando con semplici parole ed esempi cos'è il cloud e quali grandi opportunità offre alle aziende.
La cosa che verrà alla luce sin dall'inizio è che il cloud è per tutti, non esistono aziende che non sono adatte per il cloud. Esistono solo aziende che ci sono arrivate per prime e aziende che comunque prima o poi dovranno arrivarci.
Dovete solo decidere se volete arrivarci per ultimi.

Partiamo dall'inizio: i server

C'erano una volta le reti aziendali.
In una stanzetta dedicata, con l'aria condizionata a piena potenza anche d'inverno, c'erano i server, molti server,

quello con il gestionale,
quello con i progetti e i documenti (spesso anche uno aggiuntivo che fa da intranet),
quello che gestisce gli utenti della rete (primary domain controller),
quello che subentra nel caso si rompa il precedente (backup domain controller),
quello che gestisce la posta elettronica,
quello che fa il backup alla rete aziendale,
quello che fa da firewall per evitare l'intrusione di hacker da Internet.


Fino a qui ho descritto la situazione tipica della piccola azienda, la più piccola configurazione possibile se volete una rete sicura e minimamente fault-tolerant.
Se poi nel vostro business non vi potete permettere qualche giorno di stop in caso di rottura di uno dei server, allora probabilmente tutti i precedenti li avete duplicati in un cluster, in modo che se si rompe un server il suo gemello entra in azione istantaneamente.
Sì perché i server si rompono, ne so qualcosa credetemi, si rompono i dischi, gli alimentatori, le schede di rete... e si rompono spesso, anche se li avete comprati di marca prestigiosa.

Tutto questo ha un enorme costo!

L'hardware costa;
diventa obsoleto velocemente;
poi bisogna comprare il software (sistemi operativi, database, gestionali, ecc.);
anche il software diventa obsoleto e va aggiornato, persino più frequentemente dell'hardware;
tutto questo non funziona da solo, ci vogliono risorse umane competenti e specializzate.


Poi è arrivata la virtualizzazione


Un giorno è arrivato qualcuno e vi ha detto: "Lo sai che i tuoi server per il 90% del tempo sono fermi a fare niente?"
Ma come, oltre al danno anche la beffa!? Costano un sacco, si rompono e poi lavorano pochissimo, solo al 10% delle loro potenzialità?!

La soluzione che vi hanno proposto è stata la virtualizzazione dei server: in poche parole un programma prende il vostro server fisico e fa credere alla rete aziendale e a tutti i vostri utenti che invece ci siano ad esempio cinque server. Praticamente con il costo di un server ce ne troviamo cinque! E va tutto alla grande senza perdita di performance, vi ricordate infatti che i server per il 90% del tempo non facevano niente?

Bene! In questa maniera abbiamo abbassato notevolmente i costi... abbiamo però alzato i rischi, perché se si rompe il nostro server fisico, sarà come si rompessero cinque server tutti assieme (quelli virtuali).
Dobbiamo dunque potenziare tutta l'infrastruttura di backup e disaster-recovery... sarà meglio mandare a fare qualche corso il nostro amministratore di rete.

Stop ai costi fissi, arriva il cloud

Il cloud oltre ad offrire nuove ed incredibili opportunità applicative (lo vedremo fra poco), è anche un modo per cancellare i costi fissi e abbattere drasticamente il budget necessario alla gestione di una rete aziendale.
In poche parole eliminate la maggior parte dei server (se non addirittura tutti) e mettete tutto il resto nel cloud. Ci sono provider specializzati, ad esempio Microsoft con il suo Windows Azure, che vi mettono a disposizione tutti i server di cui avete bisogno... a distanza.

Quali sono i vantaggi?

Non dovrete mai più preoccuparvi dell'obsolescenza dell'hardware, ci pensa il provider ad aggiornare i vostri server.
Per lo stesso motivo non dovrete mai più preoccuparvi dell'obsolescenza del software.
Non dovrete più preoccuparvi di salvare i dati e avere server duplicati nel caso se ne rompa qualcuno, il vostro provider renderà i vostri dati ridondanti, sia mettendoli su più server, sia distribuendoli geograficamente sul pianeta: se dovesse scoppiare un incendio nella stanza dove si trova il vostro server, ne subentrerà istantaneamente un altro con tutti i vostri dati aggiornati, ma che si trova geograficamente da un'altra parte.
Beneficerete dunque di un'infrastruttura di sicurezza che voi non potreste nemmeno permettervi.
Ah, e non dimentichiamo anche i costi dell'aria condizionata e il suo impatto dal punto di vista della sostenibilità ecologica: questo adesso non è più un problema vostro, Microsoft possiede ad esempio un data center con migliaia di server... in Islanda. Gli basta tenere la finestra aperta.

Bello, ma quanto costa?

Non è tanto il prezzo, che comunque è estremamente inferiore ai costi di gestione di una rete privata, ma è il modello di pagamento che è cambiato: si paga al consumo. Avete capito bene, non ha importanza quanti server avete, ma quanto li usate.
E come se non bastasse potete cambiarli di continuo: se ad esempio per un periodo dell'anno vi serve più potenza, la aumentate con un click e la riportate indietro quando non vi serve più. E' come avere una rete che potete riconfigurare di continuo a vostro piacimento e senza neanche un secondo di stop all'attività aziendale.

Opportunità applicative

Fino adesso abbiamo parlato solo di abbattimento dei costi e aumento della qualità dei servizi, ma cosa c'è di nuovo dal punto di vista applicativo? Cioè cosa posso fare che prima non potevo?
La maggior parte delle persone associa il concetto di cloud al data storage distribuito, cioè alla conservazione di file in un posto centralizzato accessibile da diversi dispositivi.
In effetti questa è una funzionalità molto interessante, faccio le foto delle vacanze con il mio smartphone, torno a casa e senza doverlo collegare mi trovo già tutte le foto sul PC. Scelgo quelle che voglio tenere, scarto quelle brutte, magari elaboro quelle belle e poi senza dover collegare niente vado con il mio tablet dalla mamma e le faccio vedere le foto delle vacanze. Com'è possibile questa magia? Semplicemente le foto non si trovano sul dispositivo che le sta riproducendo, ma sono nel cloud, in una zona a noi riservata dove possono accedere tutti i nostri dispositivi.

Il cloud computing può dare molto di più di così. Si divide in 3 tipologie:

IaaS (Infrastructure as a Service): è sostanzialmente quello di cui abbiamo parlato finora e niente di più, il provider vi rende disponibile un'infrastruttura hardware (server, rete, dischi, ecc.) con un modello di pagamento a consumo. In questa categoria ricade ad esempio Aruba Cloud.
PaaS (Platform as a Service): qui siamo un passo oltre l'IAAS, il provider oltre all'hardware mi mette a disposizione un piattaforma applicativa su cui sviluppare software, dandovi molte funzionalità che sarebbero assai complesse da sviluppare autonomamente. Ad esempio la comunicazione fra servizi, la replicazione dei dati, servizi di autenticazione, ecc. In questa categoria ricade Windows Azure.
SaaS (Software as a Service): è il livello di astrazione massimo, il provider vi mette a disposizione applicazioni, a voi è nascosto sia l'hardware che c'è alla base, sia vi è preclusa la possibilità di sviluppare altre applicazioni. Ad esempio Microsoft vi offre Office 365, Adobe vi dà pieno accesso a tutti i suoi strumenti con la Creative Cloud, con Google Drive potete elaborare documenti, ecc.

Conclusioni

E' evidente ormai che non parliamo solo di condividere dati, ma di collaborare per crearli, di usare applicazioni e dialogare con dispositivi differenti.
Vediamo ad esempio un caso affrontato di recente da Idea R:

1. Un vostro cliente usa il portale web per chiedervi assistenza.

2. Il supervisore dell'assistenza tecnica vede nel suo applicativo aziendale che c'è bisogno di un intervento sul posto e decide di inviare un tecnico.

3.Il tecnico riceve sul suo smartphone la scheda di intervento e il navigatore gli indica la strada più breve per raggiungere il cliente.

4. Dopo l'intervento il cliente firma il rapporto di intervento direttamente sul tablet del tecnico.

5. La sede centrale ha seguito passo passo l'evolversi dell'intervento ed è in grado di emettere fattura all'istante.

6. Se l'intervento è stato particolarmente complesso, tutte le informazioni finiscono automaticamente nella knowledge base aziendale, in modo che ne benefici sia l'ufficio progettazione che potrà prevenire in futuro il problema, sia lo staff tecnico che saprà come intervenire se il problema si riproponesse.


Provate voi a replicare la struttura applicativa precedente facendo tutto in casa, garantendo l'h24 e con hardware di vostra proprietà... poi mi dite quanto è costato.
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Il post perfetto: breve o lungo? 
giovedì, 19 settembre, 2013, 21:58 - Generale


Questione arcinota ma sempre affascinante: meglio il post breve o quello lungo? La risposta è semplice: dipende. Dipende dall’argomento, dipende dagli approfondimenti e dal target.

Il target. Questo sconosciuto. Quante volte hai scritto solo per soddisfare il tuo ego? Troppe, è logico. Gli scrittori amano scrivere e si lasciano andare.

Poi quando arrivano i vincoli del target, del marketing, delle esigenze professionali… Mi dispiace: sei un webwriter e devi scrivere per farti leggere e capire, non per autocelebrarti.

Non esiste una formula magica, non esiste un solo motivo per scegliere a priori un modello piuttosto che un altro. Ma ho sempre difeso la semplicità. La chiarezza. La lettura facile e veloce.

Questione di stile, certo. Ma non solo. Sul web la semplicità, il dono della sintesi, è oro. Perché chi arriva sulla tua pagina, molto probabilmente la esplorerà con metodo.

Ma difficilmente la leggerà tutta. Quindi devi togliere il superfluo. Devi spezzare il testo (prendi esempio da Telegraph.com) e usare una sintassi lineare. Devi evitare termini vuoti, avverbi e aggettivi che appesantiscono il testo.

Cosa resta dell’articolo? Soggetto, verbo e complemento. No, non ti piace tutto questo.

Tu vuoi articoli altisonanti e criptici per ammirare, nella penombra del tuo ufficio, l’espressione sbalordita del lettore. Un lettore che non tornerà più sul tuo blog. Metti insieme 500 lettori delusi e cosa ottieni? Un blog fallito.

Torniamo al discorso iniziale. È inutile domandare a un blogger qual è la lunghezza giusta di un post: la lunghezza giusta la decide il lettore. Sarà lui a premiarti o a punirti.

I tuoi lettori cosa preferiscono? Post lunghi o brevi? E tu? Prediligi articoli completi ma efficaci o post che si perdono in mille parole inutili?

N.B. Il lettore non è ignorante. Sei tu che non sai comunicare!
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